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Storia della Val Rendena

La “Val da la trisa”, così è chiamata in dialetto la Val Rendena. La “trisa” è l’utensile di legno che da secoli accompagna la preparazione della polenta (praticamente l’unico cibo che ha sfamato per secoli gli abitanti della valle) dando, poco a poco, con il suo rimestare, consistenza alla farina dorata che ribolle nel paiolo.

Ricca di acque, di pascoli, di boschi e di animali, misteriosa e selvaggia, piena di fascino arcano ed insieme aperta, ridente, luminosa si presenta la Val Rendena, cerniera tra Lombardia e Trentino, ai margini di entrambe le regioni ed insieme partecipe di tutte e due le culture, in uno splendido isolamento che l’ha preservata dai mali della “società del benessere” per conservarla intatta nei suoi valori naturali primitivi, tipici di una zona alpestre ancora integra e di un ambiente umano originale per costumi, tradizioni e linguaggio, caldo e spontaneo nel suo manifestarsi.

La presenza umana nella valle fonda le sue radici nell’età del bronzo e sicuramente sono identificabili castellieri comunitari preistorici in quel di Verdesina, Pelugo, Massimeno e Giustino. Abitata da popolazioni retiche e celtiche, fu in seguito romanizzata.

La tradizione vuole che l’autoctona popolazione pagana abbia ucciso nel V secolo il vescovo di Trento Vigilio, spintosi quassù a redimerla alla fede cristiana, e che tre secoli più tardi sia transitato per la valle Carlo Magno coi suoi paladini, che a Carisolo e a Pelugo avrebbe abbattuto i castelli, costruendo al loro posto delle chiese.

Ma al di là delle tradizioni più o meno provate, una caratteristica accompagna la storia di queste genti, un orgoglio ed uno spirito di autonomia che si identifica nell’insofferenza a qualsiasi forma di giogo. Recita un antico detto popolare: “‘n Rendéna sióri no ghe regna!”.
Uno spirito di orgogliosa affermazione dei propri valori si esprime anche nel curioso gergo del “tarón”, strumento di comunicazione e di protezione degli emigranti valligiani.
Terra di grande emigrazione dall’inizio del ‘900 sino al secondo dopoguerra, la Val Rendena ha “donato” al mondo generazioni di “moleti” (arrotini) che spinti dalla povertà e dalla difficile vita nella Valle, sono emigrati prevalentemente verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Famiglie di rendeneri sono presenti in più di 50 nazioni straniere ed in numerose città del nord Italia, segno dell’importante flusso migratorio di quel periodo.
Restano di questo passato ormai lontano numerose e preziose testimonianze. Alle stupende chiesette dipinte a fresco dai Baschenis, il Sant’Antonio di Pelugo, il San Giovanni di Massimeno, il San Vigilio di Pinzolo e il Santo Stefano di Carisolo, celebri queste ultime due per le “Danze macabre”, si affiancano segni dell’architettura tradizionale in alcuni villaggi risparmiati dai grandi incendi che hanno tormentato l’esistenza delle popolazioni, ma soprattutto nei masi e nelle baite, nei “munç”.

Per non parlare poi dell’esuberante patrimonio di cultura popolare che ha conservato fino a noi numerose espressioni letterarie, dalle laude della Confraternite medievali dei Battuti al Codice di Pinzolo, dalle “maitinàde”, composizioni poetiche in prevalenza amorose o satiriche, alla “manfrina”, l’antico ballo comunitario.

tinàde”, composizioni poetiche in prevalenza amorose o satiriche, alla “manfrina”, l’antico ballo comunitario.


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